Introduzione ai livelli della ragione

Il testo è tratto dal primo capitolo del libro “I livelli della ragione” di Alvise Giubelli

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1.1 L’atteggiamento critico e l’atteggiamento confermativo.

Nel formulare opinioni ed esporle sono soggetto a ripensamenti che le rendono di volta in volta obsolete ed inadeguate. Ogni elaborazione per quanto possa essere articolata e complessa resta sempre perfezionabile. Non ho esperienza di un’idea che di principio abbia ragioni per rimanere uguale a se stessa nel corso del tempo. Forse non ho neppure esperienza di un’idea che sino ad ora abbia mantenuto effettivamente sempre la medesima formulazione. Quindi, piuttosto che immaginare l’esistenza di un’idea definitiva e perfetta, suppongo mediante un ragionamento induttivo, che esista un processo infinito di rettifica che non conduce a nessuna formulazione o idea di quel tipo. È presente l’idea di perfezione che accompagna le correzioni, ma da una riflessione più ampia non sembra che un’ idea perfetta possa davvero essere formulata. Questa supposizione non è affatto originale. Eppure nella prassi della vita di ogni giorno esprimo opinioni, agisco prendendo decisioni importanti per la mia sopravvivenza sulla base di queste opinioni. Le tratto come certezze. Sembrano chiari due atteggiamenti distinti: un atteggiamento critico volto a riflettere sul proprio pensiero per trovare dei difetti e dei punti deboli e un atteggiamento confermativo volto a trovare argomenti e prove a suo sostegno. Questi due atteggiamenti possono agire alternativamente. Per un certo tempo può prevalere l’uno e per un altro tempo può prevalere l’altro. Spesso è l’intervento di altre persone che innesca uno dei due atteggiamenti. Se ricevo una critica al mio pensiero può innescarsi, come difesa, un atteggiamento confermativo oppure può nascere un dubbio e innescarsi un atteggiamento critico che mi induce a rivedere la mia formulazione. Se ottengo consensi, oltre al compiacimento che potrebbe seguirne, questi potrebbero andare a favore di un atteggiamento confermativo. Io stesso o altre persone possiamo sempre in qualsiasi momento criticare o cercare conferme di una data opinione già formulata ed espressa. Ciò la rende di principio non definitiva. Non sembra che le rettifiche siano di volta in volta di minor entità rispetto alle precedenti. Spesso queste correzioni comportano l’eliminazione e la sostituzione di gran parte della formulazione dell’opinione e dei suoi principi fondamentali. Questo aspetto sembra mettere seriamente in dubbio che vi sia progresso nella lunga serie di correzioni.

Preso atto di queste proprietà inerenti l’elaborazione di opinioni, credenze e teorie sembra che la decisione di variare l’atteggiamento da critico a confermativo e viceversa non sia di per sé suggerito dalla logica dell’elaborazione. Se in linea di principio un’elaborazione qualsiasi può essere sempre soggetta ad una critica in grado di colpire anche i fondamenti, tale elaborazione non è mai definitiva e conclusiva e quindi l’unico atteggiamento ammissibile è quello critico. Una volta accertata la perfettibilità dell’elaborazione, la ragione stessa che la guida, non pare prevedere alcuna sospensione dell’attività critica, la quale, quindi, in linea di principio deve continuare ad infinitum. Di conseguenza, l’atteggiamento confermativo che invece spesso emerge ad un certo punto, sembra farlo solo per via di una decisione implicata da una ragione che opera secondo fini diversi da quelli imposti dalla ragione che guida l’elaborazione.

Così, per la prima volta in questo contesto distinguo due livelli di attività della ragione. Il primo è quello che inerisce strettamente all’elaborazione del pensiero, opinione o teoria. Il suo fine è quello di mostrare coerentemente la validità di alcune asserzioni. L’attività al secondo livello non avviene con gli stessi fini, in quanto non è interessata a dimostrare la validità delle stesse asserzioni, ma a qualcosa di diverso, che ritiene superiore. L’esempio più banale di questa dinamica è offerto dal gioco degli scacchi. Per tener conto di tutte le strategie praticabili, il giocatore prima di muovere dovrebbe impiegare molto più tempo di quello che effettivamente impiega. Ciò che avviene ad un certo punto del suo pensiero è un cambiamento di atteggiamento da critico a confermativo. Ad un certo punto si ritiene soddisfatto della mossa che sta per fare e decide di farla. Tale decisione non si trova al livello di attività della ragione che opera la scelta secondo la logica del gioco in quanto non riguarda l’elaborazione della miglior mossa, ma si trova ad un livello diverso che tiene conto per esempio del tempo di gioco e dell’esigenza pratica e imprescindibile di fare una mossa per continuare il gioco e di altre finalità che non riguardano la miglior mossa, per esempio, può decidere di concedere un vantaggio facendo una mossa diversa da quella migliore.

Se la ragione restasse operante ad un solo livello, l’atteggiamento critico rimarrebbe quindi il solo coerente e il risultato pratico sarebbe l’inoperatività dovuta ad uno stato di indecisione permanente. Si vede invece che la ragione opera su più livelli con fini diversi e materiali diversi da livello a livello.


L’analisi che sto svolgendo tratta di una riflessione su come mi appare lo sviluppo del pensiero cosciente ed in particolare sulle tensioni ben percepite che lo muovono. Non presuppongo al momento alcuna struttura fondamentale al di sotto della coscienza come, per esempio, l’inconscio.


La rappresentazione della ragione in termini di livelli sembra l’unica in grado di evitare la contraddizione. Se un pensiero è sempre rettificabile non c’è alcuna ragione di crederlo definitivo, ma ciò avviene. Io possiedo delle credenze o, comunque, agisco come se le possedessi nell’ambito dell’atteggiamento confermativo. Quindi, la ragione crede a qualcosa in cui non dovrebbe credere.

1.2 I livelli della ragione e la teoria dei tipi logici di Russel.

L’introduzione di una rappresentazione stratificata su più livelli della ragione imita la soluzione adottata da Russel per evitare l’antinomia che la teoria degli insiemi generava. I livelli della ragione in questo contesto sono l’analogo dei tipi logici di Russel. Un insieme è di un tipo logico diverso da quello dei suoi elementi. Si proibisce di parlare di insiemi che appartengono a se stessi e si introduce una gerarchia per cui l’insieme si colloca ad un grado o livello superiore rispetto ai suoi elementi. In questo contesto, mi sembra saggio proibire che si parli di un’unica ragione che si autoregola ed introdurre anche qui una gerarchia nella quale si distinguono più “tipi” di ragione o livelli incommensurabili, tra cui, appunto, non ha senso fare confronti e stabilire relazioni. Ammettere una contaminazione tra i livelli equivarrebbe, per esemplificare, a discutere le regole di un gioco mentre si sta giocando oppure a mettersi d’accordo sulla scenografia di un film, sui testi e sugli attori durante la ripresa della scena dello stesso film o paradossalmente affermare che ciò che si afferma è falso (famosa antinomia). L’attribuire un carattere monolitico alla ragione equivale ad un addio alla ragione stessa in quanto la sua coerenza implicata nel principio di non contraddizione è un’istanza fondamentale.

Stratificando la ragione ammetto che il mio pensiero sia il prodotto di più ragioni che operano secondo finalità diverse non necessariamente compatibili. Questa conclusione si estende poi specularmente al pensiero delle altre persone, dal momento che vedo in esse miei alter-ego. Il prodotto finale di credenze e teorie non è quindi in generale un corpo coerente di asserzioni formalmente ben fondate con un’unica finalità implicita nelle intenzioni più o meno dichiarate dell’autore. Risulta piuttosto un discorso frutto di vari contributi che riflettono finalità diverse spesso non dichiarate.


La teoria dei tipi logici afferma che se “x è un elemento della classe a” è una proposizione e ‘f(x)’ è una proposizione allora ‘f(a)’ non è una proposizione ma una collezione di simboli senza significato. In altre parole, si vieta di estendere il significato di una proposizione che parla degli elementi di un insieme al caso in cui parla dell’insieme stesso. Per esempio un insieme di cose non è una cosa. Per una motivazione simile, le opinioni correntemente elaborate dalla ragione non possono essere il prodotto degli stessi processi che formano le idee o le convinzioni grazie alle quali le opinioni stesse si sono formate. In questo caso il ruolo dell’elemento ‘x’ è ricoperto dall’opinione, quello della classe ‘a’ dal sistema concettuale che contribuisce a formare l’ opinione e il ruolo della proposizione f è ricoperto dal processo razionale che la produce (definito dai suoi predicati). L’analisi in corso sostiene che si tratta di due processi razionali che vanno distinti e attribuiti a due livelli diversi della ragione. Una trattazione dei tipi logici viene svolta da Russel al capitolo X della sua opera “I principi della matematica”.


1.3 I primi tre livelli della ragione.

C’é quindi un livello secondario della ragione responsabile della conversione di atteggiamento da critico a confermativo e viceversa. Questo livello induce, secondo regole proprie, ad una decisione che cambierà la mia relazione con il mio pensiero. Infatti quando parlo di atteggiamento, mi riferisco proprio alla modalità che ho di relazionarmi con le mie idee, i miei pensieri. L’analisi che sto svolgendo in questo contesto rientra anch’essa in un’attività di livello superiore della ragione rispetto a quello delle mie idee e anche rispetto al mutamento di atteggiamento. Questa analisi occupa un terzo livello, in quanto si occupa di riflettere sulla riflessione che mi induce a mutare atteggiamento nei confronti delle mie idee. Quindi il primo livello è quello in cui la ragione sviluppa o elabora un’idea. il secondo livello opera quando la ragione si relaziona con l’idea criticandola o confermandola. Il terzo livello si presenta quando la ragione riconosce questo processo e riflette su tali mutamenti individuandone le modalità.

La ragione che elabora un’idea si avvale di informazioni che ricorda o che riceve dall’ambiente in varie forme. Possono entrare in gioco motivazioni, fini e aspettative. In questo contesto tali elementi non sono molto rilevanti. Ciò che interessa è che la ragione si forma un’opinione fondata su certi argomenti, prove o ipotesi. Se tale idea è appercepita, allora sin da subito viene obbiettivata e la ragione entra in relazione con essa secondo una modalità critica o una modalità confermativa. Nel primo caso si espone l’idea ad un esame volto a scoprirne i difetti, le contraddizioni o le controfattualità in modo da perfezionarla o addirittura da eliminarla. C’è metaforicamente una sorta di forza centrifuga che tende ad epurare l’idea da errori o a frantumarla completamente per qualcosa di meglio. Nel secondo caso si cercano argomenti, prove a suo sostegno con l’obiettivo di confermarla e renderla una certezza assecondando metaforicamente una forza centripeta che tende a condurre tutto verso di essa e quindi, fuori di metafora, interpretare ogni informazione a suo favore. Come già anticipato, la ragione che opera ad un livello diverso è responsabile dei mutamenti di atteggiamento nei confronti dell’idea. Chi si occupa di tecniche di persuasione sa benissimo, per esempio, che non è sufficiente argomentare logicamente per convincere un interlocutore ad accogliere o ad abbandonare una convinzione, ma che è necessario conoscere la sua sfera valoriale per insistere su aspetti che per lui hanno molta più importanza rispetto ad aspetti concernenti l’idea stessa. L’operazione avviene sulla ragione che opera ad un secondo livello, quella in grado di far mutare l’atteggiamento nei confronti della nuova idea. Se, per esempio, le conseguenze pratiche che derivano dall’accettazione di una nuova idea sono di beneficio in qualche modo per l’interlocutore, queste verranno evidenziate e avranno un peso notevole nella sua decisione, anche se con la verità dell’idea in sé non hanno nulla a che fare. In realtà è come se l’esperto nell’arte della persuasione si rivolgesse a due entità distinte, a due ragioni diverse, una per cui sono importanti certe argomentazioni e un’altra per cui sono importanti altre cose.

L’alternanza dei due atteggiamenti in relazione all’idea viene percepita come un’operazione coerente della ragione che grazie a nuovi argomenti e prove rivaluta l’idea stessa dandole più o meno credito. Quindi se non compio un’ulteriore riflessione che mi permette di approdare al terzo livello su cui opera la ragione, io non colgo alcuna discontinuità nella sua azione. La mia convinzione si può indebolire o rafforzare e attribuisco questi mutamenti all’azione coerente della ragione, che esamina nuove informazioni o rammemora quelle già conosciute per perfezionare l’elaborazione. Non percepisco alcuna distinzione tra l’eleborazione dell’idea da parte della ragione e i mutamenti di atteggiamento nei suoi confronti. Tutto resta in un’unico flusso che caratterizza l’evoluzione di un’idea, di un’opinione o di una convinzione. Senza ulteriore riflessione ho a che fare con un’unica ragione.

Solo operando una riflessione mi accorgo che all’interno di un flusso continuo e coerente del pensiero non ha alcun senso che le idee si traducano in convinzione e certezza. Mi accorgo che se, come osservo, lo sviluppo di un’idea è inarrestabile, in quanto essa sarà sempre esposta a nuove elaborazioni, a nuovi eventi e quindi a potenziali rettifiche, allora gli stadi di certezza e convinzione benché siano coerenti a quel livello, non lo sono più al livello superiore. Una volta colta la dinamica che alterna dubbi e certezze, queste ultime appaiono convinzioni ingenue data la loro provvisorietà. Questa riflessione mi induce infine a pensare alle convinzioni non come a qualcosa di dimostrato mediante le argomentazioni della ragione, ma come il risultato di un atteggiamento deciso da un’altra ragione che persegue altre finalità. Perché mai la ragione dovrebbe insistere ad adottare delle certezze quando ha constatato la sua fallibilità? Ci sono due risposte alternative già anticipate: la ragione è irrazionale (contraddizione), oppure ci sono più ragioni che agiscono a livelli diversi. Si opta per questa alternativa per salvare la ragione.

1.4 La riflessione dei filosofi.

La riflessione che opera al terzo livello della ragione è la stessa condotta dai filosofi. La filosofia trascendentale prende avvio con il razionalismo cartesiano per cui l’io opera una sospensione di validità di tutte le idee inerenti il mondo: Io posso dubitare su tutto tranne sul fatto che dubito. Cartesio con il dubbio mostra l’evidenza dell’esistenza dell’io pensante (Cogito ergo sum), di Dio e poi della materia. In questo contesto non è interessante ciò che Cartesio cercò di dimostrare, ma la via che seguì. Egli sospese la validità di tutte le idee dell’io e riflettè sull’io stesso. Anche se tutte le mie idee sono errate, io le sto pensando, quindi posso ricavare delle evidenze sull’io. Egli compì un primo passo che condusse secoli più tardi alla filosofia trascendentale di Kant, il quale rivolse definitivamente lo sguardo verso il soggetto pensante indagando le condizioni che rendono possibile l’esperienza e l’immagine del mondo che esso possiede. Infine, Husserl inaugurando la fenomenologia trascendentale descrisse esplicitamente il metodo che consente di porci ad un livello neutrale rispetto alle convinzioni. L’epoché o sospensione di validità delle idee che ritengo vere sul mondo, mi permette di concentrarmi sulle modalità con cui queste idee si formano, sulle modalità con cui le cose appaiono come tali. Escludo per un attimo che la realtà sia quella in cui credo e analizzo le modalità con cui mi appaiono le cose, i fenomeni e faccio interessanti scoperte su di me. In questo contesto, compiere questo passo, significa semplicemente oltrepassare il livello della ragione rispetto al quale lo sviluppo delle mie idee sembrano seguire un percorso coerente, unico, volto al perfezionamento e ad acquisire convinzioni definitive, per approdare alla riflessione su come agisce la ragione indipendentemente dalle idee in causa e scoprire che ci sono più ragioni che operano su piani diversi anche in conflitto tra di loro. Compiere questo passo produce un effetto dirompente ai piani “più bassi” della ragione, in quanto una volta operata la riflessione, non posso più guardare con gli stessi occhi le idee e le opinioni che si formano sul mondo e su me stesso. Ora, so che vi sono più ragioni in gioco e non una sola. I miei pensieri sono il frutto dell’elaborazione congiunta di più ragioni che operano spesso perseguendo fini diversi. Questa consapevolezza entra in gioco agendo retroattivamente sull’elaborazione delle mie idee e anche sui mutamenti di atteggiamento in rapporto ad esse. Quindi la riflessione al terzo livello apporta mutamenti al modus operandi della ragione ai livelli inferiori. Si tratta di un’autoanalisi in grado di far emergere le attività nascoste della ragione e contestualmente di mutarne lo svolgimento per il solo motivo che tali nuove informazioni venute a galla entrano necessariamente in gioco nell’eleborazione delle idee e nei mutamenti di atteggiamento di cui ho già parlato.

1.5 La razionalità dell’inconscio.

Poiché questi mutamenti sono regolati da una ragione che opera ad un livello superiore rispetto a quello dell’elaborazione consueta del pensiero, spesso tale azione sfugge alla coscienza immediata, quella stessa che appercepisce l’elaborazione. Io, mentre elaboro le mie idee, non mi rendo conto che i mutamenti di atteggiamento rispetto ad esse avvengono ad opera di una ragione diversa, con finalità diverse rispetto a quelle che guidano l’elaborazione primaria. È questo il motivo per cui, in altri contesti, si parla di attività inconsce. L’ostilità o, viceversa, l’attrattiva che le idee esercitano sono elementi che non riguardano il ragionamento che sostiene le mie idee, ma riguardano delle ragioni superiori responsabili dell’atteggiamento con cui io entro in relazione con tali idee. Se mi colloco sul piano della ragione primaria che elabora le mie idee e opinioni è normale che io attribuisca un carattere irrazionale e istintuale a questa interferenza. Ciò avviene per l’incongruenza dei fini esistente tra i due livelli della ragione. Se però, riconosco che si tratta di due livelli distinti, non ho più bisogno di ritenere che l’uno sia razionale mentre l’altro no. L’immagine di un oscuro mondo di istinti che prevale sulla ragione può quindi essere sostituita dall’immagine di due o più livelli su cui la ragione opera perseguendo fini diversi, così diversi che si può addirittura parlare di due ragioni diverse, ma pur sempre di ragioni.

1.6 Potenziamento irreversibile dell’atteggiamento critico.

Che cosa succede una volta operata la riflessione che mi permette di riconoscere questa stratificazione della ragione? Come già in parte anticipato, questo passaggio al terzo livello della ragione, quello che mette in luce l’attività dei livelli più bassi genera un effetto profondo su di essi. Se prendo coscienza del fatto che quando ho una convinzione ciò è dovuto, non tanto alle ragioni palesi, a quelle del discorso logico esplicito, quindi dichiarato, ma piuttosto all’atteggiamento confermativo deciso da una ragione implicita non dichiarata che opera ad un livello diverso, svaluto automaticamente le ragioni esplicite, in quanto se prima le ritenevo essere l’unico sostegno alla convinzione, ora mi rendo conto che essa può reggersi anche in parte o totalmente grazie ad un atteggiamento confermativo guidato da ragioni implicite indipendenti da quelle esplicite. L’effetto che sortisce questa autoanalisi che conduce al terzo livello della ragione è quindi quello di potenziare particolarmente l’atteggiamento critico, il dubbio che può anche sfociare in un atteggiamento scettico.

È sorprendente scoprire che, con il potenziamento dell’atteggiamento critico, avviene un mutamento delle modalità d’azione della ragione al secondo livello. Grazie all’autoanalisi portata al terzo livello, riesco quindi a mutare il modus operandi di quella ragione che sfuggiva addirittura alla coscienza. Tale mutamento è ora palese. Ora so che l’elaborazione delle mie idee verrà guidata prevalentemente da un atteggiamento critico e che cercherò di scoprire in quali parti dei miei ragionamenti emergeranno idee indotte e sviluppate da un atteggiamento confermativo “comandato dall’alto” e non derivate direttamente dal ragionamento primario esplicito. Per esemplificare, si pensi alle raccomandazioni baconiane di eliminare gli idòla dal pensiero per poter raggiungere la conoscenza dei fenomeni. Gli idòla erano pregiudizi della mente che, secondo Bacone, non permettono all’uomo di raggiungere la vera conoscenza della natura. In questo contesto sono interessato alla riflessione di Bacone perché si tratta di un esempio di autoanalisi che lo condusse ad individuare delle convinzioni radicate sulle quali prevaleva da tempo un atteggiamento confermativo. Una volta individuate, egli fece dell’epurazione di queste idee il suo metodo. Quindi egli potenziò l’atteggiamento critico cercando ed eliminando dal ragionamento esplicito tutte quelle idee prodotte con l’avallo di un atteggiamento confermativo implicito non coerente con le finalità che si era posto. Tale missione in quel caso era fondata sulla fiducia di poter distinguere i risultati della ragione che opera ad un livello (razionale e scientifico) dai risultati della ragione che opera al livello più alto (idòla). Succede qualcosa di analogo quando a seguito di un’autoanalisi ci si rende conto di ragionare regolarmente e sistematicamente sulla base di pregiudizi e idee non dimostrate e quindi si assume un atteggiamento più autocritico e meno dogmatico. Si tratta di una conversione permanente e non momentanea o episodica. Ciò avviene esattamente come quando si scopre un trucco che rende possibile un gioco di prestigio. Tale scoperta cambia irreversibilmente l’atteggiamento con cui si guarderà successivamente lo stesso gioco e in parte anche tutti gli altri giochi analoghi.

1.7 Modus operandi della ragione.

In questo paragrafo cerco di proseguire con l’autoanalisi finalizzata ad indagare le modalità con cui la ragione opera ai livelli già individuati.

La ragione sembra muovere sempre i propri passi a partire da certi dati, che elabora secondo certe regole, per inferire certi risultati. Nel compiere queste operazioni, essa cerca di attenersi al principio di non contraddizione. La coerenza è un desiderata della ragione, ma non una proprietà che appartiene necessariamente ai ragionamenti e alle convinzioni. Ciò che conta è che qualora mi accorgo di una contraddizione nel mio ragionamento esplicito, cerco di eliminarla operando una rettifica.

Che cosa sono i dati di cui si serve la ragione? Si tratta di altre idee formate grazie all’esperienza e al ragionamento. Esse stesse sono già opinioni, ipotesi o convinzioni pregresse. Non ha importanza ora stabilire come si siano formate. Per ora le assumo come dati d’ingresso per la ragione. Mi rendo conto di condurre un’analisi a metà strada di un processo ciclico già avviato, ma ciò è coerente con l’evidenza secondo cui l’analisi è condotta sul mio pensiero di adulto, senza presupporre alcuna storia o abbozzare al momento alcuna spiegazione sull’origine delle idee.

Che le idee si formino a partire da altre idee sembra plausibile. Ci si può spingere sino ad affermare che una nuova idea si forma anche grazie ad un contesto di altre idee preformate, in relazione alle quali acquista un significato. Sembra abbastanza chiaro che la ragione elabori dati già presenti e percepiti dalla coscienza stessa e lo fa nell’ambito di in un contesto più ampio.

I dati su cui la ragione opera al primo livello sono idee di cui ho piena coscienza, mentre non posso asserire la stessa cosa con certezza per le regole secondo cui essa agisce. Infatti come anticipato, le modalità con cui cambio opinione dipendono strettamente dagli atteggiamenti assunti in relazione alle opinioni stesse. Tali atteggiamenti non riguardano la ragione al primo livello, ma la ragione che opera ad un livello superiore. Le regole di trasformazione delle mie idee non sempre sono presenti alla mia coscienza, in quanto partecipano all’opera della ragione superiore. Per questo motivo, si è detto che le nuove idee ricevono sia il contributo della ragione primaria, la quale agisce al livello più basso, che il contributo di un contesto più ampio rappresentato proprio dalla ragione superiore. Questa regolamenta parzialmente le modalità con cui le mie idee e le mie opinioni evolvono ai piani più bassi. Non può farlo totalmente in quanto, come già ho anticipato, anche la ragione primaria di cui ho piena coscienza contribuisce all’elaborazione delle idee.

Cap I “I livelli della ragione” – Alvise Giubelli


Capitolo secondo – Le idee regolative.

2.1 Le regole della ragione al primo e al secondo livello.

2.2 Origine delle idee regolative.

2.3 L’idea-principio di ragione sufficiente.

2.4 L’idea della razionalizzabilità dell’esperienza.

2.5 L’autoanalisi come attività della ragione al terzo livello.

2.6 L’idea induttiva

2.7 Il deduttivismo logico come strumento dell’autoanalisi.

2.8 Il dilemma della ragione in relazione all’applicazione del principio

induttivo.

2.9 L’identificazione dei livelli della ragione.

2.10 La formazione delle idee regolative, in particolare dell’idea della

fallibilità della ragione.

2.11 Il ruolo dell’autoanalisi in relazione alle idee regolative.

L’idea di realtà e l’idea della fallacia dei sensi.

2.12 L’idea della razionalizzabilità della ragione.

2.13 Transizione acritica di idee regolative dal secondo livello della

ragione al terzo.

Capitolo terzo – Il linguaggio, l’apprendimento e i riconoscimenti.

3.1 Lo stretto rapporto tra i concetti e le idee regolative.

3.2 Le relazioni tra “concetti”, “idee regolative” e “convinzioni”.

Il ruolo delle idee regolative nei riconoscimenti. Le evidenze e

l’apprendimento.

3.3 I tempi dell’apprendimento, il disadattamento della ragione e

la comprensione.

3.4 Il ruolo dell’idea della razionalizzabilità dell’esperienza nel processo

di concettualizzazione della ragione.

3.5 Le idee regolative guidano le decisioni di apprendimento.

3.6 La natura della percezione e dei riconoscimenti e la modalità

con cui essi rendono possibile la costituzione del mio mondo.

3.7 Il costante lavoro della ragione superiore per eliminare le

contraddizioni.

3.8 Le regole empiriche e le teorie o sistemi di concetti.

3.9 L’autoanalisi nella quotidianità.

Capitolo quarto – La ragione di gruppo.

4.1 L’idea di umanità, l’idea di realtà e di storia. L’insegnamento.

4.2 Il concetto implicito del “noi”.

4.3 L’omologazione delle ragioni individuali all’interno di una comunità

che condivide un sistema concettuale e la ragione di gruppo.

4.4 La ragione di gruppo della comunità scientifica. L’autoanalisi

compiuta dai filosofi della scienza e una riflessione su di essa.

4.5 Identificare la comunità scientifica per definire la scienza o

identificare la scienza per definire la comunità scientifica?

4.6 Raffronto tra la visione storica di Kuhn e il modello a livelli della

ragione di gruppo.

4.7 Relazione tra ragione individuale e ragione di gruppo.

4.8 La comunità scientifica e l’ idea regolativa di oggettività. I fatti.

4.9 L’idea di autorevolezza.

4.10 Analisi critica delle idee di realtà, razionalizzabilità, omologabilità e

di autorevolezza.

Capitolo quinto – L’esempio della comunità scientifica a partire dalle

comunità dei filosofi greci.

5.1 L’astrazione primaria e l’astrazione secondaria. Analisi e sintesi.

5.2 Le attività di autoanalisi e di riconcettualizzazione operate dalla

ragione di gruppo nel caso della comunità scientifica.

L’esempio delle idee regolative dell’horror vacui e

dell’imponderabilità dell’aria nell’ambito dei concetti di vuoto e

di aria.

5.3 Analisi del criterio di coerenza implicato nel concetto di razionalità.

5.4 La questione dell’incommensurabilità delle teorie.

5.5 Breve digressione sull’analisi storica della comunità umana

in generale. Paralleli tra il modello dei livelli della ragione e

l’ermeneutica gadameriana.

5.6 È possibile un’analisi storica della scienza.

5.7 I filosofi greci della scuola ionica e della scuola pitagorica

5.8 Riflessione sull’analisi storica della filosofia.

5.9 I filosofi della scuola eleatica.

5.10 L’idea del limite insuperabile della ragione e l’idea fenomenologica.

5.11 L’idea dell’elementarismo, l’idea della continuità, l’idea del dualismo

forza- materia e l’idea del dualismo anima-corpo.

5.12 Gli atomisti.

5.13 L’idea antropologica e l’idea cosmologica.

5.14 L’idea della demarcazione e la questione della settorializzazione

del sapere.

5.15 L’idea di potere o del controllo.

5.16 L’idea della necessità o del determinismo e l’idea della possibilità o

della libertà.

5.17 Utile schematizzazione.

5.18 L’idea del relativismo gnoseologico e l’idea del relativismo culturale.

5.19 Analisi e sospensione dell’idea antropologica, dell’idea cosmologica e

dell’idea della necessità.

5.20 Analisi e sospensione dell’idea del relativismo culturale e dell’idea

del relativismo gnoseologico.

5.21 L’idea di progresso.

L’esempio della teoria ondulatoria della luce.

L’esempio del corpuscolarismo e della teoria di Newton.

5.22 Le idee di causa e di effetto, l’idea della causalità (causa ed effetto)*

e il rapporto tra queste idee e l’idea della razionalizzabilità.

Capitolo sesto – Il mondo della ragione di Aristotele.

6.1 La pluralità di significati delle parole e dei segni.

6.2 L’esempio dell’idea di sostanza.

6.3 L’idea di realtà e della separabilità dell’essere nel sistema di Aristotele.

Conoscenza vera ma incompleta.

6.4 La metafisica come indagine al terzo livello della ragione.

Il sistema concettuale è l’essere.

6.5 Distinzione tra essenziale e accidentale.

6.6 L’idea di sostanza generata dal connubio tra l’idea di realtà trasferita

al terzo livello della ragione (realismo) e l’idea di organizzazione

(unità tra forma e materia). Ruolo attivo e ruolo passivo del sistema

concettuale.

6.7 La sostantificazione del sistema concettuale della ragione superiore.

6.8 L’idea di materia.

6.9 Analisi guidata dall’idea della sensibilità indeterminata.

6.10 L’esempio di un’analisi incompiuta.

6.11 Potenza e atto.

6.12 L’atto precede la potenza nell’ambito del sistema concettuale

(secondo livello della ragione), mentre la potenza precede l’atto

nell’ambito dell’esperienza e delle apettative coltivate dalla ragione

(primo livello della ragione).

PARTE II – Il sistema concettuale della fisica moderna.

Capitolo settimo – L’idea del continuo e la fisica quantistica.

Determinismo e indeterminismo.

7.1 L’unità di misura come strumento di conoscenza di cose infinitamente

divisibili.

7.2 L’idea del continuo e l’idea del discreto.

7.3 Analisi critica dell’idea del continuo.

7.4 Il limite invalicabile alla conoscenza degli oggetti imposto dal modello

corpuscolare della radiazione.

7.5 Il nuovo concetto di onda-corpuscolo e il principio di complementarità

di Bohr.

7.6 Analisi del concetto di proprietà misurabile.

7.7 Analisi del concetto di complementarità di Bohr.

7.8 Il nuovo sistema concettuale su cui si regge la fisica quantistica.

Approfondimento I – Relazione tra teoria classica a grendezze

continue e teoria quantistica a grandezze

discrete.

7.9 Il realismo scientifico alla base del lavoro di EPR.

7.10 Il concetto di caso.

7.11 L’indeterminismo, frutto di un’autoanalisi fallace?

7.12 Il nuovo concetto di causa della fisica quantistica.

Approfondimento II – Incompatibilità tra il postulato di completezza

della teoria quantistica e l’idea-principio di

ragion sufficiente, l’idea della razionalizzabilità

dell’esperienza e l’idea della causalità

Capitolo ottavo – I concetti fondamentali della meccanica classica.

Il concetto di sistema isolato e di conservazione

dell’energia.

8.1 Il concetto di energia. I modelli elementari della fisica.

8.2 Il concetto di sistema isolato in senso stretto e in senso lato.

8.3 L’idea di sistema di riferimento inerziale. Il principio di inerzia come

criterio di scelta del sistema di riferimento accettabile e la circolarità

logica su cui si fonda la meccanica newtoniana.

8.4 Il legame indissolubile esistente tra la classe dei sistemi di

riferimento inerziali e le leggi della dinamica.

8.5 Il contributo delle idee della razionalizzabilità, dell’omologabilità

e, quindi, di oggettività nella formulazione della meccanica.

8.6 Il concetto di isolabilità assoluta implicito nella meccanica:

il concetto di sistema-universo.

8.7 Il concetto di tempo.

8.8 Il concetto di spazio assoluto implica il concetto di sistema

di riferimento privilegiato.

8.9 L’idea della continuità dello spazio e del tempo e introduzione

al sistema quasi autonomo dei concetti matematici.

Approfondimento III – I concetti della termodinamica, della meccanica

statistica classica e della teoria

dell’informazione.

I concetti della termodinamica

Paradigma della generazione di entropia…

L’origine dell’incertezza

Distinzione di due livelli logici….

Entropia e irreversibilità

Il paradosso che mina l’idea di oggettività

L’incremento dell’incertezza

Il concetto di lavoro utile

Il livello epistemico e l’entropia di Shannon

Teoria dei tipi logici e pericolo di antinomie

Relazione tra informazione e incertezza

I sistemi informativi

Il principio di Landauer

Cancellazione dell’informazione

Energia ed entropia

Informazione utilizzabile e non utilizzabile

PARTE III – Il sistema concettuale della matematica.

Capitolo nono – Il concetto di numero.

9.1 La cooperazione delle idee della matematica con quelle della fisica

nell’azione regolativa della ragione superiore.

9.2 L’omologazione della ragione dovuta all’educazione. Le ragioni

di gruppo.Concetti diversi corrispondenti a medesimi nomi.

9.3 Gli insiemi numerici ridefiniti grazie ad una riflessione sui concetti

matematici guidata dal principio di economia.

I concetti fondamentali di insieme e relazione.

9.4 La relazione di equivalenza.

Approfondimento IV* – La sintesi di concetti per affinamento e per

accorpamento di altri concetti.

Capitolo decimo – Ordine, continuità e infinità.

10.1 La convenzionalità del fondamento del sistema concettuale

della matematica in rapporto all’assoluta infondabilità del sistema

concettuale della ragione.

10.2 Ordine, continuità ed infinità.

10.3 La classe delle grandezze di un certo genere.

10.4 Non analizzabilità di certi termini nel sistema concettuale della

matematica.

10.5 Il concetto di quantità.

10.6 Le relazioni di maggiore e minore. La classe ordinata.

La relazione ‘tra’.

10.7 Il concetto di infinito.

10.8 Come l’idea di ordine della ragione guida l’analisi dell’omonimo

concetto matematico.

10.10 La teoria russelliana dei tipi logici e il punto di vista procedurale.

10.11 Il paradosso del barbiere.

10.12 L’infinito definito grazie alla relazione del “tra”.

Definizione di densità di un insieme.

10.13 Ulteriore analisi del principio induttivo e dimostrazione della densità

dell’insieme dei numeri razionali. Esempio di procedimento

matematico.

10.14 Procedure senza fine non dichiarabili come tali nel linguaggio

procedurale.

Capitolo undicesimo – La priorità della relazione nell’analisi russelliana.

11.1 Il prodotto relazionale.

11.2 Il prodotto e il rapporto aritmetico tra numeri naturali.

11.4 I numeri ordinali.

11.5 Riflessioni a livelli diversi della ragione sul concetto di grandezza.

11.6 L’idea della natura matematica della ragione e il problema della

ricorsività infinita insita nel sistema concettuale della ragione.

11.7 L’idea di tempo e formalizzazione matematica del concetto di tempo

assoluto.

11.8 Critica della fisica moderna al concetto di tempo assoluto.

11.9 Formalizzazione matematica del concetto di misurazione.

Il tratto, il verso e la distanza.

11.10 Numeri e intervalli numerici. Istanti e intervalli di tempo.

Punti e segmenti sulla retta in uno spazio unidimensionale.

Capitolo dodicesimo – I numeri reali, il concetto di continuità e di infinito.

12.1 Il concetto matematico di continuità della retta e l’esigenza

dell’assioma di Dedekind.

12.2 I numeri reali.

12.3 Il concetto matematico di estremo superiore ed inferiore di un insieme

di termini.

12.4 Esempio di preservazione dell’autonomia dell’aritmetica rispetto alla

geometria, quali discipline corrispondenti a distinti sottosistemi

concettuali delsistema concettuale della matematica.

12.5 Dimostrazione della continuità dell’insieme dei segmenti di razionali.

12.6 Analisi del concetto di completezza di un insieme.

12.7 Rappresentazione decimale dei numeri reali.

12.8 Successione fondamentale o di Cauchy.

12.9 Analisi del giudizio di incompletezza dell’insieme dei numeri

razionali. Il paradigma della continuità.

12.10 Il concetto di limite di una successione e i concetti di punto

di accumulazione e di valore limite.

12.11 Un modo alternativo per definire la continuità:

La definizione dell’insieme dei numeri reali mediante la relazione

simmetrica transitiva di contiguità di successioni fondamentali

monotone.

12.12 I numeri reali non riducibili a regole di composizione

12.13 La non numerabilità implicata nella continuità.

L’argomento della diagonale di Cantor e il mutamento del

concetto di contare.

12.14 Il numero come cardinalità non implicante il concetto di

enumerazione.

12.15 Costruzione di insiemi più numerosi a partire da un insieme dato.

12.16 L’operazione di elevazione a potenza fondata sul concetto di

funzione.

12.17 Insieme delle parti di un insieme dato.

12.18 Relazione biunivoca tra l’insieme delle parti di un insieme

infinito numerabile e l’insieme dei numeri reali.

12.19 Concettualizzazione della ragione nel caso del concetto di insieme.

12.20 Il concetto di infinito e il vecchio concetto di serie ordinata di

termini di un insieme. Ordinamento dei numeri transfiniti.

12.21 Le funzioni proposizionali e le classi. La classe vuota.

I concetti logici complementari di esistenza e di non esistenza.

12.22 L’induzione matematica e il concetto di infinito come esempi

rappresentativi dell’attività di riflessione della ragione sui concetti.

Capitolo tredicesimo – La continuità dello spazio e del tempo.

13.1 Proprietà matematiche degli intervalli continui.

13.2 Il moto rappresentato mediante due insiemi su cui sono definite

rispettivamente due relazioni d’ordine simili e il caso particolare

in cui si tratta delle relazioni di immediato successore.

13.3 Il quarto paradosso di Zenone.

13.4 Il secondo paradosso di Zenone e il concetto di velocità.

13.5 Dal modello del moto continuo al modello discreto.

13.6 Numeri e grandezze tipologicamente diversi.

Il caso dell’infinito e dell’infinitesimale.

Capitolo quattordicesimo – I concetti di funzione, limite, continuità,

derivata, differenziale e integrale di una

funzione.

14.1 Il concetto di funzione matematica e l’idea della razionalizzabilità

dell’esperienza.

14.2 I concetti di intorno di un punto, di limite e di continuità di una

funzione.

14.3 Osservazioni sui concetti di limite e di valore dell’immagine della

funzione.

14.4 Il concetto di classe di limiti.

14.5 Derivata e differenziale di una funzione.

14.7 L’integrazione.

14.8 Leggi di trasformazione locale e leggi di trasformazione globale.

Capitolo quindicesimo – Le grandezze fisiche.

15.1 Le unità di misura di grandezze continue.

15.2 Grandezze discrete.

15.3 La misurazione empirica.

Note conclusive.

Appendice A

Tentativo di formalizzazione dei processi di analisi sintesi della ragione.

Definizione di ragion sufficiente e di causa ed effetto.

Relazioni esistenti tra l’idea-principio di ragion sufficiente, l’idea di

causalità e l’idea della razionalizzabilità.

A.1 Formalizzazione dell’idea-principio di ragion sufficiente.

A.2 I postulati della logica.

A.3 Enunciati sintetici e analitici. Convenzioni del linguaggio.

A.4 L’astrazione primaria.

A.5 La sintesi.

A.6 Dall’idea di progresso all’idea di completezza o idea della

razionalizzabilità.

A.7 La causalità.

A.8 Tempo, mutamento e permanenza.

A.9 L’idea della causalità e l’idea della razionalizzabilità.

Appendice B

La sintesi dei concetti per affinamento e per accorpamento di altri

concetti.

Appendice C

L’entropia dei concetti.

*Vedi Appendice A

*Vedi appendice B

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I livelli della ragione