autoanalisi e riconcettualizzazione della ragione di gruppo
Il testo è tratto dal quinto capitolo del libro “I livelli della ragione” di Alvise Giubelli
Opera depositata legalmente in data 03/2025. Non è consentita la riproduzione parziale o totale del testo senza il consenso dell’autore
5.2 Le attività di autoanalisi e di riconcettualizzazione operate dalla ragione di gruppo nel caso della comunità scientifica.
Le contraddizioni che emergono dai riconoscimenti o le aspettative deluse (previsioni errate), intese come contraddizioni nell’ambito del riconoscimento di un complesso dinamico di eventi, inducono la ragione superiore a riflettere su vecchie e nuove idee e ad avviare una riconcettualizzazione, un mutamento delle idee regolative e dei concetti. Se le anomalie persistono, solo un’autoanalisi conducibile al terzo livello della ragione può dirimere il problema. Infatti, è necessario individuare tutte le idee regolative che contribuiscono a formare i riconoscimenti. Serve ricostruire la loro sintesi storica, operazione che si concretizza nell’individuare quelle idee regolative che hanno guidato i processi astrattivi e induttivi responsabili della costituzione delle idee regolative responsabili dei riconoscimenti anomali. Nella pratica significa compiere le seguenti azioni:
1- individuare quali elementi empirici si sono trascurati nell’atto dei riconoscimenti e di capirne il motivo, scoprendo le idee regolative che hanno guidato l’astrazione primaria
e più in profondità
2- individuare quali elementi empirici si sono trascurati nell’atto della concettualizzazione (sintesi) che ha condotto ai concetti in uso e di capirne il motivo, scoprendo le idee regolative che hanno guidato l’astrazione secondaria.
Quello appena descritto è lo schema del lavoro teorico che alcuni scienziati svolgono nell’ambito della comunità scientifica. I filosofi della scienza, d’altra parte, ragionano dei presupposti su cui gli scienziati fondano le teorie e i paradigmi che guidano l’intera comunità scientifica (idee regolative di gruppo).
Storicamente l’attività scientifica non è sempre avvenuta nell’ambito di una comunità organizzata. Con l’aumentare dei gruppi di studiosi impegnati a risolvere problemi pratici e a cercare leggi generali in grado di spiegare intere classi di fenomeni, si affinò un metodo di lavoro. È vero anche il contrario. Con l’affinarsi di un metodo intorno al quale si formò nel tempo un certo consenso, si costituirono gruppi di studiosi o singoli sperimentatori con l’intento sia di risolvere problemi pratici che di individuare leggi generali. Prima di ciò, in quella che spesso si considera un’epoca prescientifica, la comunità degli studiosi era diversa, più ampia e coinvolgeva tutti i filosofi. Vi erano filosofie dominanti, come, per esempio, l’aristotelismo su cui si fondava il modello cosmologico tolemaico. I principi dell’aristotelismo erano regolativi per molti studiosi che ragionavano sulla natura.
In questo contesto, è interessante ragionare sulle modalità con cui le idee regolative guidano il filosofo o lo scienziato nelle sue elaborazioni e su come la ragione opera di fronte alle contraddizioni dei riconoscimenti e alle aspettative deluse. Benché non sia sempre possibile delineare il gruppo di appartenenza di uno studioso, è possibile immaginare che l’attività della ragione individuale sia inserita nell’attività di una ragione di gruppo, o di più gruppi, sino a comprendere una vasta comunità, che condivide un sistema di idee regolative e di concetti.
L’esempio delle idee regolative dell’horror vacui e dell’imponderabilità dell’aria nell’ambito dei concetti di vuoto e di aria.
La negazione dell’esistenza del vuoto è, per esempio, un’idea regolativa che si inserisce in un sistema di idee regolative indotte dalla fisica aristotelica. Secondo la fisica aristotelica, nella zona sublunare ogni cosa è formata da quattro elementi: terra, aria, acqua e fuoco. Ognuno di questi elementi ha una sua collocazione naturale verso cui tende a ritornare, se condotto al di fuori di essa. Quindi i materiali “pesanti” sono tali perché costituiti di terra e tendono verso di essa. L’aria non ha peso in quanto sta in alto rispetto alla terra. L’acqua e quindi tutti i materiali fluidi occupano una posizione intermedia tra la terra e l’aria, mentre il fuoco essendo la sostanza più sottile occupa la sfera più alta, difatti si muove verso l’alto. La fisica aristotelica pone concettualmente al centro del proprio sistema il “mezzo”, la sostanza, la quale spiega anche il moto. Un corpo lanciato resta in moto, perché per impedire la formazione del vuoto dietro di sé, l’aria vi confluisce fornendogli una spinta. Il vuoto non può esistere e se si forma deve immediatamente essere occupato da una sostanza. L’horror vacui rimase per secoli un atteggiamento indotto dall’idea regolativa per cui il vuoto non può esistere. La fisica di Democrito fu di altro avviso, ma influì molto meno sugli studiosi medievali e rinascimentali.
Le pompe utilizzate per drenare l’acqua dalle miniere funzionavano aspirando l’aria dall’estremità di un tubo lungo svariati metri diretto verticalmente all’interno della miniera e con l’altra estremità immersa nel bacino d’acqua. Il funzionamento di queste pompe realizzava in modo soddisfacente i riconoscimenti indotti dall’idea dell’horror vacui, infatti l’acqua risaliva lungo il tubo per occupare il posto lasciato libero dall’aria aspirata, esattamente come previsto dall’idea secondo cui il vuoto non può esistere. Il problema nasceva quando la lunghezza del tubo superava i dieci metri. In quel caso, alla colonna d’acqua nel tubo succedeva qualcosa che la costringeva a ricadere sul fondo. Galilei suppose che la tensione dovuta al peso a cui era sottoposta la colonna d’acqua ne causava lo spezzamento in più parti.* L’ipotesi suggeriva esperimenti che permettessero di osservare l’interno del tubo. Un’altra ipotesi era quella secondo cui la natura aborrisce il vuoto, ma solo sino ad un certo punto e che con un certo impegno sia possibile crearlo. Ciò che importa è che di fronte ad una situazione inaspettata, quella del mal funzionamento delle pompe d’acqua oltre ad una certa altezza, si avviarono esperimenti (nuovi riconoscimenti) indirizzati da certe ipotesi, alcune delle quali implicanti la parziale sospensione dell’idea regolativa dell’horror vacui. Se la causa del malfunzionamento delle pompe era da attribuire al peso della colonna d’acqua, allora si sarebbe potuto riprodurre su scala minore la stessa circostanza utilizzando un fluido più pesante. Il mercurio è l’unico metallo ad essere liquido a temperatura ambiente e ha una densità di 13,579 volte superiore a quella dell’acqua, quindi Evangelista Torricelli, discepolo di Galileo, allestì un esperimento in cui utilizzò proprio il mercurio al posto dell’acqua. Prese un tubo di vetro lungo circa 1 metro chiuso ad un’estremità e aperto all’altra estremità. Lo riempì di mercurio e immerse l’estremità aperta in una bacinella di mercurio, tenendolo in posizione verticale, senza far entrare aria nel tubo. Il mercurio all’interno del tubo non scese completamente nella bacinella, ma si fermò all’altezza di 76 cm rispetto al livello di mercurio della bacinella. Il tratto superiore del tubo restò privo di mercurio e di aria dove necessariamente si dovette formare il vuoto. Grazie ad una semplice proporzione si individua quale sarebbe stata l’altezza a cui si sarebbe fermata la discesa del fluido se si fosse trattato di acqua: 13,579 x 76cm = 1032 cm circa, quindi 10,32 metri. Valore che corrisponde approssimativamente al limite di funzionamento in altezza dei tubi delle pompe d’acqua. Il livello di 76 cm a cui si ferma il mercurio o quello di 1032 cm a cui si ferma l’acqua, indicano un preciso stato di equilibrio che può sussistere solo se la somma vettoriale delle forze in gioco è nulla (questo è un principio della statica, quindi un’idea regolativa). Se da una parte c’è la forza peso della colonna di mercurio, dall’altra quale forza la sta compensando? Sulla superficie del mercurio della bacinella non c’è nulla se non l’aria. L’ipotesi, quindi, fu che l’aria potesse esercitare una pressione sulla superficie di mercurio della bacinella e la comunicasse alla base o estremità aperta del tubo così da sostenere la colonnina di mercurio alta 76 cm al suo interno. Se così fosse stato, allora questa quota sarebbe stata la misura della pressione dell’aria. Indirizzato da questa ipotesi, Blaise Pascal fece portare il nuovo apparecchio in montagna e constatò che a quote più alte, l’altezza della colonna di mercurio era minore di 76 cm. Inoltre constatò che tale valore variava anche da un giorno all’altro e da un’ora all’altra durante la giornata. Fu inventato il barometro. Quindi, alla scoperta che il vuoto è realizzabile, si aggiunse la scoperta che l’aria ha un peso ed esercita sulle cose una pressione, detta pressione atmosferica. Seguirono diversi tentativi di creare il vuoto mediante aspirazione, oltre a moltissimi esperimenti per capire cosa succedeva nel vuoto e per scoprire leggi sul comportamento dei gas (Boyle).
La riconcettualizzazione che avviene in relazione al vuoto e all’aria genera un mutamento di buona parte del sistema concettuale aristotelico. L’aria ha un peso esattamente come ce l’hanno gli elementi della terra e quindi deve essercene una precisa quantità, perché se così non fosse, le cose subirebbero gravi mutamenti. La realtà non è solo sostanza, ma c’è anche il vuoto. Muta anche il concetto di conoscenza della realtà. La realtà non è quella che si osserva passivamente e che appare, ma è quella che si deduce compiendo certi esperimenti dettagliati suggeriti da certe ipotesi (metodo ipotetico-deduttivo). Quest’ultima idea regolativa della conoscenza scientifica è quella che induce la ragione ad elaborare più spesso esperimenti ed osservazioni (riconoscimenti) per accelerare quel processo ricorsivo di riconcettualizzazione che attraverso tentativi ed errori dovrebbe condurre alla razionalizzazione dell’esperienza, cosa in cui l’idea di razionalizzabilità induce a credere.
Una volta che avviene la riconcettualizzazione di aria e di vuoto, le nuove idee regolative mutano i riconoscimenti. In particolare, esse mutano i riconoscimenti dei complessi dinamici di eventi, quelli che avvengono nel tempo e vengono elaborati come un unico accadimento. Per esempio, quando si toglie il sostegno ad un oggetto pesante, esso cade a terra. La ragione è in grado di riconoscere un tale accadimento non appena il sostegno all’oggetto viene tolto, senza attendere la sua caduta a terra. Le previsioni rientrano in questa classe di riconoscimenti. Poiché il concetto di aria ha subito un mutamento, anche tutti i riconoscimenti di complessi dinamici di eventi che coinvolgono il nuovo ente (aria) sono diversi da quelli che coinvolgevano il vecchio ente (aria). Ora, l’aria è qualcosa che può esserci, ma anche non esserci, senza necessità che venga sostituita da qualcos’altro. Durante l’aspirazione, l’acqua risale lungo il tubo non per occupare il vuoto formato ad un’estremità, ma perché spinta dalla pressione atmosferica all’altra estremità. Se non ci fosse alcuna pressione atmosferica, il vuoto non sarebbe condizione sufficiente per far risalire l’acqua. Esiste inoltre tutta una classe di eventi che possono realizzarsi nel vuoto (per esempio, il moto) e una classe di eventi che non si può realizzare (combustione, respirazione, etc). La variazione della pressione dell’aria è responsabile dei cambiamenti meteorologici. L’aria è compressibile e la sua pressione è inversamente proporzionale al volume che occupa (legge di Boyle). Si riconosce la circostanza di un corpo immerso nell’acqua come simile a quella in cui si trovano gli oggetti immersi nell’aria.
Lo sviluppo tecnologico* genera esperienze ricorrenti e riconoscimenti che confermano i concetti e le idee regolative già formate. Se, invece, si creano aspettative deluse, come quella del mal funzionamento delle pompe di aspirazione, allora la ragione è indotta a compiere un’analisi per individuare quali elementi empirici si sono trascurati nell’atto dei riconoscimenti e di capirne il motivo, scoprendo le idee regolative che hanno guidato l’astrazione primaria. Nel progettare una pompa di aspirazione si astrae dall’informazione della sua altezza poiché se la natura non ammette il vuoto l’acqua deve poter risalire qualsiasi altezza per poterlo sostituire. Nel riconoscere l’aria come ente si astrae dalla posizione ed in particolare dalla quota rispetto al livello del mare, poiché se essa è imponderabile i suoi effetti sono medesimi ad ogni quota. Quindi, la ragione guidata dalle idee regolative dell’horror vacui e dell’imponderabilità dell’aria riconosce le pompe indipendentemente dall’altezza e l’aria indipendentemente dalla quota. (astrazione primaria). Quando, d’altra parte, la ragione superiore sintetizza i concetti grazie all’induzione, prende avvio trascurando gli stessi elementi (astrazione secondaria) per formare delle classi di equivalenza tali per cui tutte le pompe di qualsiasi altezza sono riconoscibili come tali o per cui l’aria è la stessa e riconoscibile come tale a qualsiasi quota. Finché non avvengono dei riconoscimenti contraddittori o aspettative deluse, i riconoscimenti guidati dalle idee regolative in vigore inducono una riconferma di queste.
In realtà, l’astrazione può andare oltre queste contraddizioni dei riconoscimenti, quando la comunità di tecnici o di scienziati li ignora, mantenendo inalterati i concetti tradizionali per molto tempo. Per esempio, benché nella pratica si sappia che le pompe d’acqua non funzionano quando si tratta di far risalire l’acqua a certe altezze, il problema può rimanere per molto tempo senza soluzione e non intaccare l’idea regolativa dell’horror vacui. Benché vi siano delle constatazioni che mostrano cambiamenti del volume di contenitori ermetici quando si fa un’ascensione in montagna, tale evidenza può venire trascurata per molto tempo e non intaccare l’idea regolativa dell’imponderabilità dell’aria. I filosofi della scienza parlano in questi casi di tenacia con cui gli uomini di scienza si attengono al paradigma anche di fronte a quelli che ritengono piccoli problemi risolvibili. Le idee regolative non mutano semplicemente perché vi è un riconoscimento contraddittorio o un’aspettativa delusa, ma affinché mutino, è necessaria una riflessione su molti di questi dati e soprattutto dev’esserci il contributo di altre idee regolative che favoriscano il mutamento. Vi è una sorta di isteresi per cui gli effetti dei riconoscimenti contraddittori sulla riconcettualizzazione avvengono in ritardo nel tempo. Si è già accennato a questo aspetto parlando della fase in cui avviene la formazione di nuove idee regolative ad opera dell’induzione e nel contempo operano ancora le vecchie idee regolative dure a morire. A motivo di ciò vi è un persistente disadattamento della ragione in relazione all’esperienza.
Mutamenti di altre idee regolative indotti dalla riconcettualizzazione.
Una volta sospesa l’efficacia di certe idee regolative, un’ulteriore analisi si concentra sulla loro gerarchia per indagare i mutamenti che tale sospensione induce sulla complessa rete di idee della ragione superiore. Per esempio, le idee dell’horror vacui e dell’imponderabilità dell’aria implicano altre idee sul moto dei corpi che vengono coinvolte nella sospensione delle prime. Per il sistema aristotelico, il moto deve avere sempre una causa e quando un sasso lanciato permane nel suo moto senza causa apparente, ciò è dovuto all’aria che per sostituire rapidamente il vuoto, che cerca di formarsi posteriormente, gli imprime una spinta (Horror vacui). Aristotele propone lo stesso argomento del moto per confermare con una reductio ad absurdum, l’idea dell’horror vacui, sostenendo che, poiché la velocità cresce con la rarefazione del mezzo, se la natura consentisse l’esistenza del vuoto, in esso, la velocità di un corpo sarebbe infinita ed esso coprirebbe tutto lo spazio istantaneamente, il che è impossibile.* C’è quindi un connubio tra l’idea dell’horror vacui e i concetti riguardanti il moto. Vi sono anche idee regolative implicanti l’idea dell’horror vacui e dell’imponderabilità dell’aria che, poiché sono antecedenti e costituiscono una loro premessa, non subiscono necessariamente subito lo stesso destino. Tra queste c’è l’idea dominante di sostanza definita come essenza delle cose formata da materia e forma e c’è tutto il sistema concettuale aristotelico inclusivo delle sue idee regolative metodologiche, le quali, per esempio, impongono un’attenta osservazione, ma non una sistematica sperimentazione, come impone invece l’idea regolativa “moderna” della conoscenza scientifica.
5.3 Analisi del criterio di coerenza implicato nel concetto di razionalità.
P.aul Feyerabend, nella sua opera “Contro il metodo”, si impegna a sostenere con numerosi esempi che la prescrizione univoca di un metodo scientifico o, in generale, l’adozione di un insieme rigido di criteri di accettazione o di abbandono delle teorie, è un enorme ostacolo a quello che la scienza stessa considera progresso. Egli pone sotto accusa il principio di coerenza, il falsificazionismo, l’induttivismo e l’idea secondo cui le nuove teorie vengono accettate solo sulla base di operazioni razionali. La critica rivolta al criterio di coerenza, forse, può trovare in questo contesto una spiegazione nel modello stratificato della ragione individuale e di gruppo. Benché ad ogni livello la ragione miri alla coerenza dell’elaborazione, essa non può esserci nel risultato finale, dal momento che su “una” ragione opera sempre, con finalità generalmente diverse, l’azione di un’ “altra” ragione appartenente ad un livello superiore. Quindi, anche se la coerenza è un desiderata della ragione, essa non è presente nel suo prodotto finale, perché questo riceve contributi da tutti i livelli. In un certo senso il prodotto della ragione è irrazionale, se con questo termine ci si riferisce all’incoerenza.
Ci si deve intendere sul significato di razionalità. Ogni livello della ragione mira alla coerenza logica, ma la ragione nel suo complesso non è coerente. Quindi se, con il termine razionalità ci si riferisce all’operato della ragione nel suo complesso, allora la coerenza non è un suo attributo e tanto meno un suo sinonimo. Ciò che la comunità scientifica e i singoli scienziati si propongono è la razionalizzazione dell’esperienza guidati dall’idea di razionalizzabilità di cui si è già diffusamente discusso. Quindi, lo scienziato quando parla di razionalità si riferisce alla concettualizzazione dell’esperienza che si traduce in un paradigma o sistema teorico comunemente accettato dai membri della comunità scientifica. Il paradigma è ritenuto un sistema di asserzioni coerente che guida l’operato della comunità. Le contraddizioni che possono sorgere tra i riconoscimenti sono ritenute apparenze temporanee superabili attraverso una più attenta applicazione del paradigma stesso. Quindi nella fase che Kuhn denomina “scienza normale”, lo scienziato identifica la razionalità con la formulazione di pensieri coerenti o, equivalentemente, conformi al paradigma. Questa fase implica un’attività della ragione di gruppo ai primi due livelli. Al livello dell’autoanalisi di gruppo (terzo livello) avviene la riflessione sulle idee regolative e si costituiscono sottogruppi all’interno della comunità scientifica. Questa è la fase rivoluzionaria responsabile del mutamento delle idee regolative e del paradigma nel suo complesso. In questa fase, ogni sottogruppo ha un proprio riferimento diverso da quello degli altri su ciò che è razionale e su ciò che non lo è. Si impiegano concetti diversi e quindi un linguaggio diverso. Da questa Babele nasce un nuovo ordine la cui emersione è dovuta alla costituzione di una nuova comunità che include parte di quella vecchia e magari nuovi membri. Tale comunità si forma grazie all’accordo intorno ad un nuovo paradigma. Molte delle cose che la nuova comunità ritiene razionali erano ritenute irrazionali dalla vecchia comunità e viceversa. L’horror vacui è ritenuta dalla scienza moderna un’idea irrazionale. L’idea di perfezione del moto circolare uniforme è considerata irrazionale o metafisica. L’idea di uno spazio e di un tempo assoluti è considerata irrazionale. L’idea di una realtà uguale per tutti indipendente dall’osservazione e dalla misurazione è ritenuta irrazionale dalla scienza contemporanea nel suo complesso. (Questo aspetto è interessante se valutato alla luce del concetto già analizzato di oggettività).
5.4 La questione dell’incommensurabilità delle teorie.
Si immagini di considerare la storia della scienza come la storia di una comunità che ha cambiato più volte i suoi membri e il paradigma su cui fonda il proprio lavoro. Ha ancora senso parlare di una medesima comunità? Nel linguaggio di questa analisi, la questione si traduce nel valutare se ha ancora senso parlare astrattamente di una ragione di gruppo che muta nel tempo le proprie idee regolative e i propri concetti, come fa quella individuale. Se la ragione individuale, ammesso che lo possa fare, mutasse “tutte” le proprie idee regolative che cosa resterebbe di sé? Non è immaginabile, dato che il solo mutamento dell’idea induttiva o dell’idea espressa dal principio di ragion sufficiente e quindi della logica, inficerebbe per intero lo schema sin qui descritto. Questa osservazione vale anche per la ragione di gruppo. Se, invece, è solo una parte delle idee regolative a mutare, allora lo schema di un’unica ragione individuale o di gruppo che si sviluppa nel tempo si può salvare. Quindi, benché la comunità scientifica abbia cambiato i suoi membri e i suoi paradigmi, non ha mutato tutte le sue idee regolative. Finché esistono idee regolative e concetti condivisi da una comunità di uomini attualmente viventi o vissuti in passato a cui si può attingere mediante i loro scritti, forse, è possibile a livello dell’autoanalisi di gruppo descrivere uno sviluppo storico che mostri l’evolvere dei concetti stessi e quali effetti hanno prodotto tali mutamenti. Senza questa possibilità non è attuabile alcuna storia della scienza. Tale autoanalisi trasferisce al proprio livello le idee regolative comuni ai membri e le usa per discutere di tutte le idee regolative non comuni. Kuhn si riferisce, per esempio, al linguaggio naturale della quotidianità come fondamento condiviso da tutti gli uomini appartenenti ad una certa civiltà.* Grazie a tale linguaggio comune e ai concetti in esso racchiusi è possibile operare una traduzione di una teoria nei termini di un altra teoria. Senza un linguaggio comune e, quindi, idee regolative comuni, non è possibile identificare alcuno sviluppo coerente. Se, invece, si intende elaborare uno sviluppo coerente nei termini di una “scienza” astratta attraverso i paradigmi, senza l’uso di un linguaggio neutrale comune, allora è facile fallire, poiché nessun concetto scientifico è neutrale rispetto ai singoli paradigmi. Per esempio, non si può usare il termine “atomo” inteso dalla scienza moderna per descrivere la filosofia atomistica di Democrito, in quanto alla base dello stesso vocabolo ci sono due concetti diversi, però grazie al linguaggio comune si possono indagare i due concetti ed individuare degli elementi di raccordo e degli elementi incompatibili. Dicasi la stessa cosa per i nomi di “onda”, “materia”, “particelle elementari”, “energia”, “spazio”, “tempo”, etc. I loro concetti impliciti, fondati sulle teorie, sono mutati con queste nel corso del tempo, pur mantenendo la stessa nomenclatura. L’uso di questi nomi nel linguaggio scientifico non è sufficiente ai fini della comprensione tra scienziati che non condividono un comune paradigma, ma è necessario indagare ed esplicitare i concetti in un linguaggio neutrale condiviso, se questo esiste.
In altri termini, L’autoanalisi può mostrare lo sviluppo storico di un’attività umana solo se è in grado di individuare diacronicamente una comunità i cui membri, oltre ad avere in comune il linguaggio quotidiano, condividono certe idee regolative inerenti tale attività. Se tale circostanza non sussiste, l’autoanalisi si limita a mostrare lo sviluppo storico degli uomini di una civiltà che condivide quel linguaggio quotidiano. Le comuni idee regolative e i concetti condivisi al netto dei concetti del linguaggio quotidiano riguardano le finalità e il metodo dell’attività umana a cui ci si riferisce.
*“Storia della fisica.” (John Bernal) cap. X
*Le applicazioni tecniche, quando producono risultati utili, forniscono ripetutamente conferme su larga scala delle teorie sulle quali si basano e quindi generano anche conferme delle idee regolative e dei concetti di cui esse si servono.
*“Fisica” Libro IV.8
* “La Struttura delle rivoluzioni scientifiche” Poscritto 1969 Par. 5 – Esemplari, incommensurabilità e rivoluzioni
Il testo è tratto dal quinto capitolo del libro “I livelli della ragione” di Alvise Giubelli
Opera depositata legalmente in data 03/2025. Non è consentita la riproduzione parziale o totale del testo senza il consenso dell’autore

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